Giusi Arimatea

LIBRI

IRIS DI MARZO di Grazia Verasani

Nel mare magnum dei giallisti italiani, aspiranti o meno che siano al confortevole approdo in Rai, si distingue per caratura letteraria e pregevole talento in ambito musicale la scrittrice e cantautrice bolognese Grazia Verasani. Due attitudini, le sue, che assiduamente si incrociano in un percorso artistico lastricato di parole e suoni, ritmicamente consapevole come sa essere soltanto la narrativa degli scrittori di razza.
Una ragione in più per sfatare i pregiudizi sui generi letterari, nobilitati non solo dalla tradizione, ma da autori contemporanei – ed è questo il caso di Grazia Verasani – che dai perimetri del giallo, dentro cui si muovono con disinvolta destrezza, sanno traslocare altrove e il più delle volte in universi complessi e difficili da decifrare. Storie dalle trame intricate che forniscono preziosi assist alle parabole esistenziali, alla scomposizione della realtà in quei rivoli innumerabili sopra cui l’essere umano si affanna a galleggiare.
Fulgido esempio di come ci si affanni, senza troppo sbracciarsi però, per non annegare è l’investigatrice Giorgia Cantini, protagonista della fortunata serie iniziata nel 2004 con “Quo vadis, Baby?”, romanzo dal quale Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film, e della quale il più recente episodio è un interessante “Iris di marzo” edito da Marsilio.
Sullo sfondo di una Bologna attualissima, abitata dal disagio e dal malessere tipici di quella stagione di vita complessa, talora imperscrutabile, che prende il nome di adolescenza, ove persino la pioggia assurge a metafora di contraddizione e imponderabilità, Giorgia Cantini sorveglia un giovane studente per conto della madre apprensiva e intanto ufficiosamente investiga sull’omicidio di una diciottenne accoltellata e abbandonata su un carrello della Coop.
Una storia plausibile in considerazione dei recenti casi di cronaca innanzi ai quali non ci si può esimere dal chiedersi verso quale direzione stia andando la nostra società, in cosa esattamente le ultime generazioni abbiano sbagliato nell’educare i propri figli, quali siano le ragioni della ferocia e della cagionevolezza di giovani letteralmente allo sbando.
Temi articolati e delicati che Grazia Verasani accarezza col tocco della scrittrice e con la sensibilità della donna sola e forte e fragile incarnata da Giorgia Cantini.
Nel romanzo, parallelamente al dipanarsi della vicenda principale, si sovrappongono due universi distanti sotto l’aspetto anagrafico: quello della investigatrice e quello del giovane Libero. Sono dissimili i panorami musicali, benché non fatichino i due, come si confà ai veri amanti della musica, ad aprirsi al nuovo, ma risultano pressoché identici i dubbi e i drammi esistenziali precipui d’ogni adolescenza. “Tutte le giovinezze si somigliano, per ognuna di loro c’è l’illusione di un tempo illimitato…”.
Con la differenza che Giorgia ha già attraversato quel tempo e ora può guardarlo con indulgenza e tenerezza, mentre Libero ne sente addosso ancora tutto il peso, ne rimane troppe volte schiacciato.
Non occorre del resto essere madre per leggere negli occhi di un ragazzo quel senso di inadeguatezza che lo deruba persino dei sogni. Le riflessioni di Libero sul destino di coloro i quali non si riconoscono alcun talento sono lucide e agghiaccianti. Contestarle a suon di luoghi comuni non compete certo a Giorgia. La loro partita si gioca piuttosto sul terreno della partecipazione autentica sulla quale non grava affatto la differenza d’età. Allora chiamare in causa l’amicizia, quale forma consueta di resistenza, e in virtù della quale “la solitudine si sfangava insieme”, può tutt’al più risultare una maniera onesta di ripristinare un orizzonte di tollerabilità in questa vita per affrontare la quale non esistono ricette infallibili.
Le riflessioni di Giorgia tratteggiano un universo intimo e, per traslato, sociale che qualche volta scandaglia la realtà e qualche volta si limita semplicemente a viverla. Ora schiacciando un chiodo con un altro chiodo, ora restando impigliata in un desiderio, in un ricordo, anche se fa male. “Col tempo impariamo ad andare dove ci aspettano, e non dove aspettiamo inutilmente”.
Grazia Verasani, per il tramite di quell’amabile personaggio cui ha dato vita, riesce a esplorare senza pose affettate, men che meno moralismi a buon mercato, i paesaggi policromi di un’anima sgangherata e, in quanto tale, straordinariamente rappresentativa di tutto il genere umano.
La scrittura, in questa opulenza di temi e tra la folla di rimandi a quell’universo musicale dentro cui l’autrice si muove con estrema agilità, è elegante, levigata, sorvegliata, ancorché provvista dell’accessibilità richiesta dal genere. L’approccio di Grazia Verasani, persino quando indugia nelle meditazioni sull’esistenza, non è mai retorico. L’equilibrio delle parti è pertanto perfetto. Come My Sex di John Foxx, come Charlotte Sometimes dei Cure. Come tutto quello che non ti cambia miracolosamente la vita. Ma un poco senz’altro te l’addolcisce.

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