Quarto spettacolo della rassegna teatrale estiva nel Giardino del Museo Regionale di Messina a cura di Clan Off Teatro, con il sostegno di Rete Latitudini. 
Produzione dell’Associazione Culturale Madè, il monologo “Nove” di Egle Doria e Nicola Alberto Orofino ha ripercorso la storia di una vita, nel continuo dipanarsi dei fili della memoria. E, come tutto ciò che all’esistenza vera si ispiri, ne è venuto fuori un intrigante andirivieni di persone alle quali competono ruoli più o meno significativi nella messinscena della vita di una sola: di Egle. Ché sono le persone, i luoghi, le contingenze a determinare le storie personali e senza tutto ciò l’affresco di una vita risulterebbe parziale, incompleto. Egle, per esempio, non sarebbe stata la stessa senza il fragore del suo mondo e della gente che lo abita. Al Sud non è esattamente come ad Aosta. E da un balconcino della Catania di questi giorni ci si può sentire parte integrante del trantran quotidiano che, alla fine, costituisce una certezza in più, un microcosmo rassicurante entro cui sbracciarsi e sbraitare per sentirsi giornalmente vivi. 
Sono tre parallelepipedi ad allestire la scena sulla quale si adagia l’esistenza di Egle. Quello al centro ruota e cambia lo sfondo della rappresentazione, favorisce il lesto avvicendarsi dei quadri. Di Vincenzo La Mendola sono le scene e i costumi, beige entrambi come il tessuto di lana nel suo colore naturale, verosimilmente per accogliere le gradazioni delle cose senza condizionarle. 
Dal balconcino Egle parla al telefono con Fede. A Catania c’è bisogno di cultura. Occorre pensare al teatro mentre giù  brulica la vita, boriosamente umile. 
Ci sono i muratori, il fruttivendolo, il cantante neomelodico e il signor Pellegrino delle granite caffè con panna. Non occorre vederli. Egle te li porge uno a uno, da brava attrice, da catanese, da interprete scanzonata di un mondo che si fa presto a imparare dal balcone di casa.
Questo è ciò che si vede. Poi c’è tutto un mondo intimo che la scrittura di Egle Doria e Nicola Alberto Orofino consegna al teatro. Non si procede per gradi, né l’esistenza si sdraia su una linea retta e cronologicamente in crescendo. Il magma incandescente dei ricordi è disciplinato dalla regia dello stesso Orofino, che stila la scaletta dei ricordi in funzione di un unico strumento invisibile sul palcoscenico: l’altalena sulla quale sale l’esistenza di Egle, sostenuta dagli abili cambi di registro in una egregia prova attoriale, e grazie alla quale “Nove” è parimenti commedia e tragedia del vivere.
Tra le note di Madonna e Luciano Virgili, nel fortunato stile pop che è il marchio di fabbrica della regia di Orofino, coadiuvato da Gabriella Caltabiano, si ripercorrono le tappe salienti della vita di Egle. Un nonno laureato e calciatore, le zie di Palermo e il punto croce, la cabina rossa sulla spiaggia alla Playa, la morte della madre, le storie andate a male, il maledetto bisogno d’essere ciò che davvero si è. E chi è veramente Egle?
Egle, a trentasei anni multipli di nove, è dimagrita, invecchiata, lontana dalla vita vera, disperata. Egle non si sente. Dovrebbe piangere la bambina che è stata, ma non la ricorda. Dovrebbe andare in un villaggio turistico spagnolo. Dovrebbe, in una sola parola, guarire. D’una guarigione che passa esclusivamente per la vita vera, però. D’un antidoto che è quell’incontro, a teatro, capace di spalancare la porta alla felicità. 
Due donne, due mamme, una figlia. La vita senza pregiudizi, l’amore. 
A teatro, del resto, ci si ribella alle convenzioni meglio che altrove. E tutto quel che accade sulla scena, tra una risata e l’intimità d’una lacrima, giova alla costruzione di un universo che reclama libertà e rispetto; che ha attraversato le tinte scure del vivere per approssimazione e che s’appresta ora, con coraggio, a pennellare di chiaro le stanze del nuovo tempo. Un ordine dettato dal punto croce: il medesimo, del resto, che impone la vita, dopo che si addomestica il dolore e si punta diritti alla felicità. 
Quando Egle distribuisce i confetti alla platea il teatro cede il passo a un format più specificatamente televisivo. L’iter di riconoscimento di una figlia con due mamme a Catania è un argomento da trattare evidentemente senza l’intermediazione della messinscena. Occorre parlare alla gente occhi negli occhi, da donna e madre, prima di risalire sul palcoscenico e ridiventare attrice e figlia. 
La regia stessa di Orofino subordina all’atto di ribellione di Egle gli ultimi minuti dello spettacolo. Una scelta presumibilmente di cuore. E sta bene. Anche se tutto ciò che doveva arrivare era già arrivato, dentro quella scatola magica che è il teatro e nelle trame di un linguaggio che mai necessita ulteriori spiegazioni. 

(da Infomessina.it)