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Dall’estro di Francesca Vitale e dal vivace talento registico di Nicola Alberto Orofino approda al Clan Off quel piccolo gioiello di drammaturgia che è “Sugnu o non sugnu 2.0”. Una notte insonne in casa Shakespeare, come preannuncia già il sottotitolo, che abilmente ricorre alle ciarle sul Bardo dell’Avon per restituirgli una dimensione umana e al contempo rimarcarne, con ironia e arguzia, il riverbero spiccatamente teatrale. Resa genuina che è l’effetto, e non la causa, cui mirano gli artisti, una volta preso atto del disinteresse etico ed estetico verso l’agonizzante teatro convenzionale. Non stupisce infatti che per ratificarne la crisi e al contempo indicare, senza tracotanza, nuovi percorsi di là da venire si sia scelto nientemeno che il più grande drammaturgo di tutti i tempi. Una soluzione ingegnosa per meglio districarsi nel farraginoso universo teatrale, scampando alla tradizione senza rinnegarla, tuttalpiù elucubrandoci sopra; ricorrendo a un metateatro, rivisto e aggiornato, che finalmente si denuda innanzi allo spettatore.
Il manifesto programmatico della pièce è giunto per bocca dei due attori protagonisti, Francesca Vitale e Francesco Foti, prima che il pubblico abbia fatto ingresso a teatro. Le supposte origini peloritane e la passione per i Mandrarossa di Shakespeare sdoganano di fatto il superamento delle secolari consuetudini a teatro e forniscono il lasciapassare all’artificio dell’improvvisazione. William sgranocchia pop corn, traslando sulla scena una tradizione spiccatamente cinematografica. Anne, per sua indole anarchica dal punto di vista attoriale, presta tuttavia ascolto ai consigli del marito. Ché pure l’improvvisazione ha le sue regole. Ché se un attore propone l’altro deve assecondare.
Si vorrebbe cominciare come nel teatro del Cinquecento. Ma il teatro del Cinquecento non esiste più. Occorre inventarne uno nuovo entro cui cercare il cane Granchio senza che un cane Granchio vi sia. E occorre digerire in fretta l’eccentricità di un regista che antepone ai bisogni dell’attore quelli dello spettatore, in un teatro democratico che dia conto delle scelte come delle opere citate. Per far ciò l’umana e programmaticamente discreta didascalia interpretata da Daniele Bruno.
Tra aperture sul pubblico e chiusure a tracciare i contorni di due esistenze all’apparenza come tante, si trascorre la notte in casa Shakespeare. Ben Jonson non arriva e, insieme a lui, rimane fuori dalle quattro mura tutto il teatro elisabettiano. Anne già volge lo sguardo all’orizzonte, il teatro danza, passando impunemente dal Re Lear alla minuscola notte delle gemelle Kessler, dal Giulio Cesare al Mercante di Venezia, a Mina e Alberto Lupo. Mentre nell’aria si mescolano i giochi di parole di Simone Cristicchi al valzer e alle note misticheggianti che impongono rocamboleschi passaggi da un registro all’altro. Piccola concessione del regista agli attori in scena le luci: è data loro facoltà di telecomandarle. E sotto quelle luci ci si concede un personale momento di gloria o si costringe l’altro a un a parte imprevisto.
A Stratford, ove dalla porta principale magicamente entra il dialetto del Sud d’Europa, ci si ostina a piantare gelsomini, si vive e si litiga come una coppia normale, ci si rincorre, ci si ritrova in un ricordo, come quello della festa in cui William e Anne si sono conosciuti. Quando, giovani, ballavano sulle note di Catch My Disease.
A Stratford la casa è carica dei personaggi shakesperiani. Occorre dar loro voce, ogni tanto. E occorrerebbe crearne di nuovi. Trascurando per un po’ di contare i fitti e bere vino. Superando l’impasse drammaturgico finanche inventandosi un Sir Francis Bacon in veste di produttore. Ora che all’ombra quasi si preferisce la morte. Ora che serve una commedia off, per svoltare. Per replicare alla nuova commedia in cui due “scimuniti” aspettano chi non arriva, semplicemente parlando. Ora che il teatro di parola non basta. Ora che Aspettando Godot e Sei personaggi in cerca d’autore sono già stati rappresentati da altri. Ora che essere o non essere, to be or not to be è il più verace “Sugnu o non sugnu”, che un orsacchiotto di peluche rinvanga il dolore, che con bianche lenzuola e teschi si può nuovamente rappresentare la vita, che tutto hic et nunc è concesso. Finanche a dispetto di quella vita che solo fuori dal teatro ritrova paradossalmente intelligibilità e, con ciò, noia.
Il pubblico, che per tutta la durata dello spettacolo non ha dovuto spiare gli attori dal buco della serratura, ha dimostrato di gradire l’azzardo ragionato di Vitale e Orofino, cui ha fornito prezioso contributo l’esperienza di Francesco Foti, non lesinando applausi sul finale. Lieto sì, come vuole la commedia. Ma meta ultima di un sentiero lastricato di riflessioni, dubbi e dilemmi che ininterrottamente mescolano teatro e vita.

(da Infomessina.it)