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Rinunciando alla chiacchiera e all’urlo, come del resto alle scenografie, ai costumi, alle musiche e all’azione, Pier Paolo Pasolini aveva spazzato via in un sol colpo teatro borghese e anti-borghese, puntando tutto non già sui personaggi, ma sulle idee. E, tra tensioni, rifiuti, sperimentazioni stilistiche e linguistiche, aveva dato vita al cosiddetto “teatro di parola”. Molteplici piani di lettura a seconda dei fruitori, più o meno attrezzati. Il rimando esplicito al teatro della democrazia ateniese. L’altrettanto esplicita pretesa di mettere in scena il vero, eccentricamente filtrato dall’arte. La tragedia greca quale imprescindibile punto di riferimento. 
Entro queste coordinate si svolge l’attività teatrale di Pasolini, dalla cui penna sgorga, tra le altre, “Affabulazione”, la tragedia in versi liberi pubblicata per la prima volta nel 1969 nella rivista “Nuovi Argomenti”. 
Un lungo racconto in otto episodi più un prologo e un epilogo, per narrare le vicende un po’ indecenti di una famiglia chiusa nel proprio claustrofobico universo. Una tragedia che finisce ma non comincia. Lo scontro generazionale in quegli anni Sessanta che mettevano ogni cosa in discussione. L’esperienza autobiografica dell’autore a sorreggere la scrittura. Le fratture emotive, i drammi intimi, gli eccessi. Ché tutto è amplificato nel teatro pasoliniano della parola, ché tutto però sembra paradossalmente vero. E qui si inseriscono le riflessioni intorno all’intellettuale e all’uomo d’azione Pasolini dalle quali parte Giovanni Boncoddo per accostarsi al testo e dare ancora vita a certo teatro. 
Ultimo spettacolo della rassegna Laudamo Show Off alla sala Laudamo, “Affabulazione” nell’adattamento di Boncoddo è la riguardosa messa in scena di un mondo spietatamente attuale. L’attrazione e la repulsione tra padre e figlio è metafora di divario tra passato e futuro, spunto per quella riflessione sul presente alla quale il regista non si sottrae. Di contro, agli attori è spettato il compito di riconquistare sulla scena l’artificio, per mantenere vigile lo spettatore e impedirgli una fruizione solo emotiva della tragedia. Nessuna deroga pertanto alla correttezza formale e a una grammatica interpretativa che sfuggisse all’immediatezza. 
Le luci di Renzo Di Chio rispondevano quindi a quell’idea beckettiana di uno spazio scenico artificiale che mai rimandasse alla realtà. Il teatro diventava un luogo mentale. 
A Enzo Cambria, Tonino Cannuni, Daniela Conti, Gabriele Crisafulli, Ferruccio Ferrante, Peppe Galletta, Ersilia Gullotta, Lucilla Mininno, Luca Stella e Damiano Venuto si è aggiunto Tony Canto, che di tanto in tanto spargeva nella sala le sue preziose note. 
Si riconosce a Giovanni Boncoddo un attento lavoro di regia. Non si trattava di un’impresa semplice e la drammaturgia di Pasolini richiede di fatto agli spettatori una quanto meno sommaria conoscenza dell’autore. Forse è per questo che il teatro di parola al quale pensava uno dei più grandi intellettuali d’Italia cozza alquanto con l’analfabetismo culturale attuale e rischia dunque di perdersi tra i meandri di quella fruizione spiccatamente elitaria dell’arte che Pasolini aberrava.

(da Tgme.it)