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Sulla copertina bianca un serafino imprigionato nelle sue ali. Intelligenza motrice, natura angelica. Le mani a coprire gli occhi. Paura di volare o di non riuscire a volare? Certo è che censurare deliberatamente lo sguardo significa di fatto scrutare col cuore.
E “Sottotraccia” di Tino Caspanello (Editoria & Spettacolo) è in una parola dimora non già di uomini, ma d’un fondaco d’anime cui le sole parole bastano a ratificarne l’esistenza. Quarto volume di testi teatrali, “Sottotraccia” è la trasmigrazione di immagini, di sensazioni lontane che reclamano la materialità sulla scena, nei continui effetti di luci e trasparenze che già la drammaturgia predispone. Una maniera, quella di Caspanello, di fissare nell’infinitamente piccolo il lungo e interminabile viaggio delle coscienze, catturando l’istante durante il quale ci si dimena una volta di più tra gli imbarazzi della vita.
Accidentalmente o meno, qualcosa accade. Fuori o dentro le teste dei personaggi. Allora intervengono la scrittura prima e la mise en scene poi a bloccare lo scorrere del tempo, a mettere in loop la fissità dello spazio, a riconquistare il senso di familiarità con il prossimo, nei casi limite del comune usuale.
Quelle cui dà vita Caspanello sono anime che non hanno ancora smesso di scoprirsi, indaffarate non necessariamente nella ricerca di un senso della loro esistenza, già di per sé attestazione di un’interiorità che palpita, bensì d’un tale ripiegamento su sé stesse da rimarcare i contorni delle coscienze. Le storie altrui diventano nostre, gli occhi restano ben aperti sul mondo, i fugaci conflitti gradualmente si immergono, scortati dalle voci e dai silenzi, in una solitudine, in un dolore, in un ricordo, in un barlume di speranza di queste esistenze imperfette che attendono solo di prendere forma sulla scena. L’autore conserva un orizzonte positivo per i suoi interlocutori, ovvero quello di non lasciarli mai galleggiare inutilmente nell’insignificanza.
Alle parole giunge con l’esperienza, comunione fra sentire e memoria nell’accezione aristotelica del termine, e la consapevolezza, quello stato di grazia che genera la scelta. Perché solo chi è capace di scegliere ha delle cose da dire. Lo stile della prosa accentua l’espressività d’ogni anima, profondendo un racconto che avanza con la soavità della musica. La concatenazione delle immagini, vivificate dalle didascalie, e il continuo passaggio dall’angolo chiuso alle angolature più ampie, consentono a Caspanello di oltrepassare quell’aspra frontiera che è il reale e approdare sulla terra ove albergano insieme la triste melodia della sofferenza e quella ben più soave della consolazione.
Alle drammaturgie scritte tra il 2014 e il 2017, Niño, Sottotraccia, Orli e Blues, Caspanello affianca il suo primo lavoro, Don’t cry Joe, scritto nel lontano 1989. Lo sguardo sul presente provava anche allora a rintracciarne quella parvenza di senso che puntualmente sfugge, nascondendosi tra gli anfratti di un universo per sua natura indecifrabile. Si prendano allora una stanza o un ufficio o una prigione o una stazione o un teatro. Ecco, un teatro. E lì, bastano le parole, si insceni finalmente la vita. “Lo spettacolo… il tuo spettacolo… è finito adesso?” chiede un’anima. Ma nessuno può rispondergli. Ché arriva il momento in cui ci si ferma lì, a un passo da quella ermeneutica del reale alla quale Tino Caspanello mai soggiace.

(da Infomessina.it)