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Una commedia musicale che della leggerezza ha fatto il proprio imperativo, “Camposanto mon amour” è andata ieri in scena al teatro Vittorio Emanuele di Messina. Nulla che potesse lasciare il segno, poco che si prestasse a valicare i confini dello Stretto, cui la commedia di Paride Acacia è fortemente ancorata.
Pregevole l’idea sulla quale il regista ha costruito un gradevole copione. Peccato però che lo spettacolo non sia decollato e che si sia assestato sul piano del puro divertissement, nonostante il sovrabbondante citazionismo adoperato in fase di scrittura e il buon soggetto che vi stava alla base.
Molti, forse troppi spunti di riflessione gettati lì un po’ alla rinfusa e senza che lo spettatore avesse il tempo di coglierne uno soltanto. Ché le belle coreografie di Sarah Lanza distraevano, ché le musiche di Massimo Pino e Paride Acacia restituivano l’allegria un istante dopo la più amara riflessione.
Non era solo il binomio vita-morte ad andare in scena e se anche ci si fosse voluti fermare a quello certo non sarebbe stato d’aiuto raccogliere qualche spunto disseminato en passant durante i dialoghi troppo recitati delle attrici Milena Bartolone, Gabriella Cacia, Francesca Gambino, Elvira Ghirlanda e Laura Giannone.
C’era tanta Messina in “Camposanto mon amour”. Quella dei cimiteri della periferia in cui ci si reca solo il giorno dei morti, quella di Giacomino che piangeva ai funerali, quella dei comuni alluvionati, degli artisti dimenticati, dei depositi sempre affollati, dei fantasmi che siedono sulle poltrone del governo cittadino. Troppa carne al fuoco, insomma, cui peraltro si aggiungeva la storia di una donna destinata a essere “becchina” sebbene sognasse di diventare attrice. E lì pioggia di ulteriori spunti sui deliri di un universo che si impasticca per affrontare la paura della scena, o anche solo quella del vivere.
Va riconosciuto a Paride Acacia il merito di aver saputo intrattenere il pubblico e di averlo fatto senza mai incappare nella banalità. Gli si rimprovera semmai di non aver costruito argini allo scorrere del fiume in piena che era la sua scrittura e di non aver avuto il coraggio o semplicemente il tempo di affondare il coltello nelle piaghe appena accennate.

(da Tgme.it)